|
Ф / Франческо Петрарка /
Francesco Petrarca. Canzoniere
uon de' miei gravi sospiri, ch'aquistan fede a la penosa vita. E se qui la memoria non m'aita come suol fare, iscusilla i martiri, et un penser che solo angoscia dalle, tal ch'ad ogni altro fa voltar le spalle, e mi face obliar me stesso a forza: che ten di me quel d'entro, et io la scorza. I' dico che dal di che 'l primo assalto mi diede Amor, molt'anni eran passati, si ch'io cangiava il giovenil aspetto; e d'intorno al mio cor pensier' gelati facto avean quasi adamantino smalto ch'allentar non lassava il duro affetto. Lagrima anchor non mi bagnava il petto ne rompea il sonno, et quel che in me non era, mi pareva un miracolo in altrui. Lasso, che son! che fui! La vita el fin, e 'l di loda la sera. Che sentendo il crudel di ch'io ragiono infin allor percossa di suo strale non essermi passato oltra la gonna, prese in sua scorta una possente donna, ver' cui poco gia mai mi valse o vale ingegno, o forza, o dimandar perdono; e i duo mi trasformaro in quel ch'i' sono, facendomi d'uom vivo un lauro verde, che per fredda stagion foglia non perde. Qual mi fec'io quando primier m'accorsi de la trasfigurata mia persona, e i capei vidi far di quella fronde di che sperato avea gia lor corona, e i piedi in ch'io mi stetti, et mossi, et corsi, com'ogni membro a l'anima risponde, diventar due radici sovra l'onde non di Peneo, ma d'un piu altero fiume, e n' duo rami mutarsi ambe le braccia! Ne meno anchor m' agghiaccia l'esser coverto poi di bianche piume allor che folminato et morto giacque il mio sperar che tropp'alto montava: che perch'io non sapea dove ne quando me 'l ritrovasse, solo lagrimando la 've tolto mi fu, di e nocte andava, ricercando dallato, et dentro a l'acque; et gia mai poi la mia lingua non tacque mentre poteo del suo cader maligno: ond'io presi col suon color d'un cigno. Cosi lungo l'amate rive andai, che volendo parlar, cantava sempre merce chiamando con estrania voce; ne mai in si dolci o in si soavi tempre risonar seppi gli amorosi guai, che 'l cor s'umiliasse aspro et feroce. Qual fu a sentir? che 'l ricordar mi coce: ma molto piu di quel, che per inanzi de la dolce et acerba mia nemica e bisogno ch'io dica, benche sia tal ch'ogni parlare avanzi. Questa che col mirar gli animi fura, m'aperse il petto, e 'l cor prese con mano, dicendo a me: Di cio non far parola. Poi la rividi in altro habito sola, tal ch'i' non la conobbi, oh senso humano, anzi le dissi 'l ver pien di paura; ed ella ne l'usata sua figura tosto tornando, fecemi, oime lasso, d'un quasi vivo et sbigottito sasso. Ella parlava si turbata in vista, che tremar mi fea dentro a quella petra, udendo: I' non son forse chi tu credi. E dicea meco: Se costei mi spetra, nulla vita mi fia noiosa o trista
|